La stanza che Tommaso non conosceva
Una storia sulla paura dell’ignoto e sul coraggio di entrare, un passo alla volta, in ciò che ancora non conosciamo.


Tommaso aveva undici anni e conosceva la sua scuola quasi a memoria.
Conosceva il rumore del cancello quando si apriva al mattino, il gradino un po' scheggiato vicino
all'ingresso, il corridoio che odorava di matite temperate e persino il punto esatto del pavimento
che scricchiolava davanti alla sua classe.
Gli piacevano le cose conosciute. Non perché fosse pauroso. Semplicemente, quando conosceva
qualcosa, dentro di lui tutto stava più tranquillo. Era come avere una piccola mappa in tasca.
Poi, un lunedì mattina, Tommaso arrivò a scuola e scoprì che alcune cose sarebbero cambiate.
Ci sarebbe stata una nuova insegnante. Una voce che non conosceva. Un modo nuovo di
spiegare. Forse nuove regole. Forse domande alle quali non avrebbe saputo rispondere.
Nessuno gli aveva detto che sarebbe accaduto qualcosa di brutto. Eppure il suo corpo si
comportò come se lo sapesse.
Prima arrivò un piccolo nodo nello stomaco. Poi il nodo diventò più grande. Poi sembrò
stringere.
Tommaso si piegò leggermente sulla pancia. «Mi fa male.»
Ed era vero. Il dolore era vero.
Solo che la sua pancia stava dicendo qualcosa che Tommaso ancora non riusciva a dire con le
parole.
“Non so che cosa succederà.”
Tommaso desiderò improvvisamente una cosa sola: tornare a casa.
Là c'era sua madre. Là c'erano le sue cose. Là sapeva come sarebbe andata la giornata.
A casa, la mappa era completa. A scuola, invece, quella mattina c'era un pezzo bianco. E
Tommaso odiava i pezzi bianchi delle mappe.
Proprio mentre aspettava che chiamassero sua madre, guardò fuori dalla finestra.
In fondo al cortile c'era il vecchio faro di cartone che la classe aveva costruito qualche giorno
prima.
La maestra gli si avvicinò.
Non gli disse: «Non devi avere paura.»
Non gli disse: «Sei grande ormai.»
E nemmeno: «Non hai niente.»
Gli chiese soltanto: «Sai a cosa serve un faro?»
Tommaso alzò le spalle. «Alle navi.»
«Sì. Ma il faro non fa sparire il mare.»
Tommaso la guardò.
«E non fa sparire nemmeno la tempesta», continuò la maestra. «Non può promettere alle navi
che non ci saranno onde. Fa soltanto una cosa.»
«Quale?»
«Rimane acceso.»
Tommaso tornò a guardare il faro.
La maestra continuò: «Forse anche noi abbiamo dei fari.»
«Dove?»
«Le persone che sappiamo che ci sono. I posti nei quali possiamo tornare. Le cose che
conosciamo di noi. Tua madre, per esempio, può essere un faro. Ma sai qual è la cosa strana dei
fari?»
Tommaso fece di no con la testa.
«Per sapere che il faro esiste, una nave non deve restargli attaccata.»
Tommaso rimase in silenzio. Quella frase gli sembrò difficile. E anche un po' vera.
La maestra prese un foglietto e disegnò un piccolo cerchio. «Questo è il tuo porto.»
Poi tracciò una linea che usciva dal cerchio. «E questa è una nave che parte.»
«E se ha paura?»
«Può partire con la paura.»
Tommaso la guardò sorpreso. «Non deve aspettare che passi?»
«No. A volte passa dopo.»
Questa possibilità Tommaso non l'aveva mai considerata.
Aveva sempre pensato che prima bisognasse sentirsi sicuri e poi si potesse andare. Forse,
qualche volta, funzionava al contrario.
Si andava un pezzetto. E poi arrivava un pezzetto di sicurezza. Si andava ancora un po'. E ne
arrivava un altro.
Tommaso guardò la porta della classe. La nuova insegnante era già dentro.
Non sapeva ancora se gli sarebbe piaciuta. Non sapeva se sarebbe stata severa. Non sapeva
come avrebbe spiegato.
La sua pancia continuava a fargli male. Ma adesso Tommaso capiva almeno una cosa:
il mal di pancia non stava dicendo “scappa”.
Stava dicendo:
“Qui c'è qualcosa che non conosco ancora.”
Erano due frasi molto diverse.
Tommaso non diventò improvvisamente coraggioso. Non accadde nessuna magia. Non sorrise e
non disse: «Adesso non ho più paura!»
Fece una cosa molto più piccola. E forse molto più importante.
Disse: «Posso provare a restare dieci minuti?»
«Certo», rispose la maestra.
Entrò.
Dopo dieci minuti aveva ancora un po' di mal di pancia. Ma aveva scoperto il nome della nuova
insegnante.
Dopo altri dieci aveva scoperto che sorrideva quando qualcuno faceva una domanda.
Dopo un po' aveva scoperto persino che spiegava una cosa in un modo che gli piaceva.
Il pezzo bianco della mappa cominciava a riempirsi. Non tutto. Solo un pezzetto. Ma bastava.
Quel pomeriggio Tommaso tornò a casa e raccontò a sua madre della nuova insegnante.
Poi prese un foglio. Disegnò un porto, una nave e, molto lontano, un faro.
Sotto scrisse:
“Essere al sicuro non significa conoscere già tutto quello che accadrà.”
Ci pensò ancora un momento e aggiunse:
“A volte il coraggio è restare cinque minuti in più davanti a qualcosa che ancora non conosci.”
Da quel giorno Tommaso non smise di avere paura dei cambiamenti. Qualche volta il nodo
tornava.
Ma quando arrivava, appoggiava una mano sulla pancia e pensava:
“Ho capito. C'è un pezzo nuovo della mappa.”
E invece di chiedersi:
“Come faccio a non avere paura?”
provava a chiedersi:
“Qual è il pezzetto più piccolo che oggi posso esplorare?”
E ogni volta che lo faceva, da qualche parte dentro di lui, si accendeva una piccola luce.
UNA LUCE DA PORTARE CON SÉ
«Non devo aspettare che la paura scompaia per andare avanti. Posso portare con me la mia
luce.»
